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Il suo nome era originariamente Gesù o Immanuel?

 

NOTA IMPORTANTE PER IL LETTORE:

l'autore di questo articolo, ovvero James W. Deardorff, ha scritto il nome Immanuel usando l'iniziale

con la lettera "I" e cioè come viene pronunciata, tuttavia secondo le informazioni dei Plejaren il vero nome

di Gesù era Jmmanuel scritto con l'iniziale "J". In questo caso per non modificare

l'originalità dell'articolo non abbiamo effettuato alcun cambiamento.

 

 

James W. Deardorff

Dicembre 1990

Revisione maggio, 1998

Revisione giugno, 2012 e novembre 2013

 

TJRESEARCH WEBSITE

 

SOMMARIO

PRIMO, DISPENSARE DALL’IMPEGNO TEOLOGICO

LA PROFEZIA - SI È AVVERATA?

INDIZI DALLE PROVE DEL NUOVO TESTAMENTO

INDIZI DA PROVE ESTERNE E DAI VANGELI GNOSTICI

QUAL ERA QUESTO NOME MISTERIOSO? LA PISTOLA FUMANTE

CHI HA CAMBIATO IL SUO NOME E PERCHÉ?

POTREBBE ESSERE REALMENTE SUCCESSO?

NOTE FINALI

 

PRIMO, DISPENSARE DALL’IMPEGNO TEOLOGICO

Questo articolo in origine era solo un saggio iniziato nel 1990 intitolato "Il suo nome era davvero Gesù?" Tuttavia, da allora si è unito più strettamente in una pagina web associata alla ricerca di questo sito sul Talmud Jmmanuel (TJ). La questione se "Gesù" fosse il nome originale del profeta e dell'insegnante, o se fosse stato "Immanuel", deriva dalla comparsa del documento Talmud Jmmanuel (TJ) nel 1978, di cui sono venuto a conoscenza nel 1986. Per evitare qualsiasi confusione, qui a volte useremo "J" per fare riferimento alla persona che divenne nota come "Gesù."

Sebbene gli studiosi del TJ si rendano conto che esso contiene molti argomenti e questioni di maggiore importanza rispetto al nome originale dell'uomo, per gli studiosi del Nuovo Testamento (NT) sarebbe abbastanza scioccante - persino sensazionale - se dovessero concludere che il suo nome non era stato Gesù, ma era stato originariamente Immanuel (scritto "Jmmanuel" nel documento TJ). (Nota 1) L'articolo che segue presenta fatti, estrapolazioni e deduzioni senza soffermarsi sul sensazionalismo di questo e di altri aspetti. Non vogliamo intenzionalmente scoraggiare gli studiosi.

Ci sono alcune questioni teologiche che richiedono un'attenta considerazione da un punto di vista logico, ma che non hanno ancora ricevuto questa considerazione perché una risposta inaspettata sarebbe teologicamente sconvolgente. Come notato da E. P. Sanders, un compito essenziale per gli studiosi biblici in cui impegnarsi è "lo sforzo per liberare la storia e l'esegesi dal controllo della teologia; cioè, da essere obbligati a determinate conclusioni che sono predeterminate da considerazioni teologiche." (Nota 2) La domanda posta nel titolo di questa pagina web è uno di questi problemi.

Come corollario, possiamo aggiungere che i propri studi dovrebbero anche essere liberi dal controllo di qualsiasi consenso scolastico che possa essere fallacemente evoluto da un impegno teologico molto precoce. Sebbene i consensi accademici possano essere generalmente corretti, qua e là sono destinati ad essere sbagliati finché così tante questioni neotestamentarie in sospeso rimangono irrisolte. È quindi nel migliore interesse dell'indagine neotestamentaria che, almeno, una piccola frazione della sua letteratura accademica derivi da fonti libere dalle pressioni del controllo teologico o dei consensi scolastici, siano esse impercettibili o evidenti. Il seguente studio è offerto in questo spirito.

Ci sono diverse indicazioni e indizi che il nome di J è stato cambiato in "Gesù" da un nome originale di "Immanuel", oltre all'emergere del TJ. Per metterli insieme in un tutto coerente dobbiamo iniziare con la profezia di Isaia su Immanuel e proseguire fino almeno al tempo del vescovo Ireneo verso la fine del II secolo d.C.

 

LA PROFEZIA - SI È AVVERATA?

La profezia messianica di Isaia.

Si deve risalire all'VIII secolo a.C., per raggiungere il tempo di Isaia e della sua profezia (Isaia 7:14, Bibbia NR):

Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele [Ndt: Immanuel].

Questa è la profezia primaria e più specifica dell'Antico Testamento per un messia. "Immanuel" doveva essere il suo nome, secondo il testo, non solo una caratterizzazione che avrebbe ricevuto in seguito. Tuttavia, con il passare dei secoli precristiani, non troviamo alcuna testimonianza che sia arrivato qualcuno di nome Immanuel, fino a quando non leggiamo nel Vangelo di Matteo che Gesù potrebbe essere pensato come Immanuel, anche se si dice che alla nascita gli è stato dato il nome di Gesù (Matteo 1:21-25). Chiaramente, lo scrittore di Matteo pensava a Gesù come all’adempimento della profezia di Isaia, anche se in realtà sarebbe stata una profezia fallita se il bambino non fosse stato chiamato Immanuel alla nascita. Tuttavia, lo scrittore di Matteo ha chiarito che il lettore dovrebbe credere che J era stato chiamato Gesù alla nascita, non Immanuel. Terremo a mente questa strana contraddizione.

 

"Immanuel" era un nome o una caratterizzazione?

Per sostituire l'assenza di discussione accademica su questa contraddizione, esiste l’inferenza che "Immanuel" fosse simbolico - un titolo o una caratterizzazione, non un nome originale. (Nota 3) Questa inferenza potrebbe avere un certo peso se il nome o il titolo "Immanuel" fosse stato conferito a J prima, durante o dopo il suo ministero. Allora "Immanuel" potrebbe essere considerata una caratterizzazione basata sulle azioni e gli insegnamenti di J. Tuttavia, se fosse stato effettivamente profetizzato (come da Isaia) che alla nascita al bambino speciale, J, sarebbe stato dato il nome Immanuel, allora ciò confermerebbe che era inteso come un nome, non una caratterizzazione fornita solo in seguito.

Un ulteriore supporto per l'interpretazione del nome proviene dal Grande Rotolo di Isaia di Qumran, datato intorno al 125 a.C. - di gran lunga la più antica copia conosciuta di Isaia. In esso, "Immanuel" è scritto come una sola parola ebraica separata, che indica che è stato inteso come un nome, e non scritto come due parole: "Immanu El" come se (Ndt: secondo il significato del nome) esprimesse il titolo "Dio (è) con noi. Il successivo testo più antico di Isaia è il testo masoretico, che risale molto più tardi, all'826 D.C. In esso, "Immanuel" a Isaia 7:14 è scritto come le due parole "Immanu El." Il confronto è mostrato di seguito: 

il suo nome era originariamente hebrew image 

Sopra, Isaia 7:14 dal testo masoretico, in alto, e dal rotolo di Isaia, in basso.

Le parole erano separate da degli spazi negli scritti reali.

Dal video di Jeff A. Benner

Le sottolineature sono state aggiunte

a "Immanu El" e "Immanuel", rispettivamente, sopra. 

il suo nome era originariamente jmmanuel image

Sopra due righe dell'attuale Rotolo di Isaia del Mar Morto contengono Isaia 7:14.

Da Fred Miller. “Immanuel” qui sottolineato in rosso.

La lettura molto più antica del Rotolo (sopra) è da preferire. Nel Rotolo di Isaia, ciascuna delle sue tre menzioni di "Immanuel" (Isa 7:14, 8:8, 8:10) si verifica come una sola parola, a differenza del testo masoretico in cui tutti e tre le volte appare come due parole, "Immanu El." Il sistema di scrittura ebraico di separare le parole per spazi (o per punti o linee verticali) risale al tempo di Isaia. Un nome singolo era scritto come una sola parola, mentre un titolo spesso conteneva due o più parole separate. Così, l'intento di Isaia che "Immanuel" sarebbe stato il nome del bambino profetizzato sembra essere stato mantenuto nel corso dei secoli almeno fino al 125 a.C.

 

I primi credenti che ritenevano che J fosse l'Immanuel di Isaia.

Oltre allo scrittore del vangelo di Matteo, che è stato uno di coloro che credevano che J fosse l’adempimento della profezia di Immanuel, vi è una circostanziata probabilità che anche Paolo lo credesse. Nelle sue epistole Paolo fa molto spesso riferimento a dei passi dell'Antico Testamento. In particolare, in Lettera ai Romani 15,12, cita Isaia 11,10, dicendo:

E a sua volta Isaia dice: Spunterà il rampollo di Iesse, colui che sorgerà a giudicare le nazioni: in lui le nazioni spereranno.

[Fonte NT CEI]

Qui la profezia circa il rampollo di Iesse potrebbe fare riferimento alla stessa persona profetizzata all'interno dei precedenti quattro capitoli di Isaia, a partire da Isaia 7:14, vale a dire Immanuel, dal momento che la profezia di Immanuel era indirizzata alla Casa di Davide, e non al Re Acaz. (Nota 4) Tuttavia, la maggior parte degli studiosi ritiene che la profezia fosse solo a breve termine, tale da essere soddisfatta al tempo di Isaia, perché i versetti successivi in Isaia 7-8 si riferiscono a profezie note per essersi adempiute al tempo del Re Acaz o Ezechia, e presumibilmente anche al tempo del bambino messianico profetizzato. (Nota 5) Eppure, l'assenza di qualcuno di importante chiamato Immanuel allora o nei sei secoli successivi rende l'ipotesi della profezia a breve termine poco convincente.

Ora, il fatto che Paolo sapesse delle profezie messianiche di Isaia, ma che non citò Isaia 7:14 in merito a Immanuel né menzionò nemmeno Immanuel in nessuna epistola, potrebbe far presumere che pensasse, come fanno molti studiosi moderni, che la profezia su Immanuel si applicasse solo al lontano passato, l'VIII secolo a.C. Il messia “rampollo di Iesse” (Isaia 11:1) potrebbe quindi esser inteso come rivolto a qualcuno diverso da Immanuel in un futuro indefinito, poiché non vi è alcuna menzione di Jmmanuel nel resto di Isaia. Se è così, tuttavia, come si fa allora a spiegare i successivi seguaci del cristianesimo paolino, che erano pienamente a conoscenza di Isaia, credendo che Jmmanuel fosse sia il Messia che il rampollo-di-Jesse? Non solo lo scrittore di Matteo, ma anche Giustino Martire e Ireneo credevano che Cristo fosse il compimento della profezia di Jmmanuel e la stessa persona del rampollo di Iesse in Isaia 11:1,10. (Nota 6) Possiamo quindi supporre che Paolo non credesse allo stesso modo? Questa domanda troverà risposta in seguito, insieme alla nostra motivazione per cui il nome "Jmmanuel" è stato usato così parsimoniosamente prima del 200 d.C.

Giovanni Battista può probabilmente essere incluso anche come colui che, dalla tradizione orale, accettò che J fosse l'adempimento della profezia messianica a lungo termine di Isaia. La sua domanda: "Sei tu colui che deve venire?" (Matteo 11,3), indica questo, e la risposta di J circa le sue guarigioni di ciechi, sordi, e zoppi, evidentemente in adempimento di Isaia 35:5-6, indica che Isaia era la fonte profetica che aveva in mente. E se il nome di J fosse stato Immanuel, Giovanni ne sarebbe stato certamente convinto!

 

La nostra risoluzione del problema a “breve termine” rispetto a quello a “lungo termine”.

L'attuale soluzione a questo problema tiene conto della natura umana e dei fatti di cui sopra. Inizia con le profezie di Isaia su Immanuel e su come sarebbe stato glorificato dai Gentili (la Galilea delle Nazioni — Isaia 9:1) e persino considerato come Dio potente (Isaia 9:5). E se anche Immanuel fosse stato considerato la "radice di Iesse", i Gentili lo avrebbero cercato comunque (Isaia 11:1,10). Assumiamo che Isaia abbia fatto queste profezie, e altro ancora, alla gente del suo tempo, e successivamente siano state trasmesse come tradizione orale.

Sul lato negativo, si deve presumere che alcuni sacerdoti e custodi della letteratura sacra abbiano apportato modifiche agli scritti di Isaia tali da screditare qualsiasi profezia a lungo termine su Immanuel, in modo che i Gentili non sarebbero stati considerati come destinatari di così tanto favore dal Dio di Israele, il quale, a sua volta, non sarebbe stato eclissato da un nuovo Dio potente.

Le alterazioni del testo portarono a compimento ciò, tramite aggiunte che indicassero che Jmmanuel era già arrivato e passato nell'VIII secolo a.C. (in particolare, Isaia 7: 15-16), mentre allo stesso tempo veniva sostenuta l'essenza della tradizione orale. I sacerdoti avevano poco o nessun controllo sulla tradizione orale stessa, e non osavano semplicemente cancellare la sua essenza dagli scritti di Isaia. Queste particolari redazioni furono fatte probabilmente alla fine del VII secolo a.C., o subito dopo la morte di Isaia. Questo non implica che altre elaborazioni non siano state fatte anche in quel periodo e in seguito. Così le profezie indesiderate associate a Jmmanuel, in Isaia 7-11, non sarebbero state di alcuna preoccupazione per coloro che interpretavano le Scritture alla lettera.

Non è affatto nuova l'idea che il Libro di Isaia contenga molte varianti. (Nota 7) Ma è comprensibile se la maggior parte degli studiosi biblici preferisca pensare che la profezia di Immanuel fosse solo una predizione a breve termine, e ignorare i fatti e gli argomenti di cui sopra che indicano il contrario; nessun meccanismo noto alla scienza sarebbe in grado di spiegare una profezia esplicita e di successo dopo secoli nel futuro.

 

INDIZI DALLE PROVE DEL NUOVO TESTAMENTO

Ritorniamo brevemente al Vangelo di Matteo e riformuliamo l'indizio primario che ne deriva. È del tutto implausibile che alla nascita a J sarebbero stati dati due nomi contemporaneamente: Gesù e Immanuel. Possiamo quindi chiederci perché il compilatore del Vangelo di Matteo avrebbe inserito un versetto che istruisce Giuseppe a nominare il suo figliastro Gesù se, due versetti dopo, ha incluso un passaggio originale (citando Isaia) dicendo che il suo nome sarebbe stato Immanuel. La spiegazione più semplice è che questo compilatore era a conoscenza del fatto che il nome di J era in realtà Immanuel, ma che quel nome era stato soppiantato dal nome Gesù per molti anni o decenni prima che scrivesse il Vangelo di Matteo, per ragioni ancora da stabilire. Il lettore deve già essere consapevole, tuttavia, che se si prende in considerazione le prove interne analizzate in questo sito web (Ndt.: dell’autore di questo articolo), lo scrittore di Matteo stava usando il Talmud Jmmanuel nella stesura del suo vangelo. (Nota 8) Sarebbe stato quindi ovviamente a conoscenza dal Talmud Jmmanuel che il nome di J era stato una volta "Immanuel", scritto come "Jmmanuel" nella sua fonte. Questo fornisce la spiegazione più ovvia di come lo scrittore del Vangelo di Matteo fosse consapevole di questo fatto, se non lo avesse già conosciuto dalle tradizioni soppresse. Tuttavia, terremo a mente il paradosso che allo stesso tempo ha insistito nel chiamarlo "Gesù".

Questa conclusione può essere ulteriormente riformulata come segue. Se il nome di J non fosse stato Immanuel all'interno della fonte documentale del Vangelo di Matteo, non avrebbe avuto senso che il suo scrittore si preoccupasse di cercare di sostenere che J era il messia profetizzato da Isaia. Cioè, chiunque potrebbe affermare che una persona era nata da una fanciulla o da una vergine, questo di per sé non avrebbe avuto alcun peso probatorio. Solo se la persona fosse stata anche correttamente chiamata Immanuel, come predetto, la nascita di un bambino così chiamato avrebbe potuto attirare l’attenzione. Tuttavia, se il nome di J fosse stato conosciuto come "Gesù" per alcuni decenni prima che il Vangelo di Matteo fosse stato scritto, (Nota 9) come si trova qui, il suo compilatore si sarebbe sentito obbligato a modificare il nome di J da Immanuel, nella sua fonte, a Gesù nel suo vangelo.

C'è un indizio minore coerente con il fatto che lo scrittore del Vangelo di Matteo ha manomesso il suo documento di origine riguardante il nome di J. Matteo 1,25b afferma che a J fu dato il nome di Gesù alla nascita. Notiamo che 1:25a contiene informazioni a cui il compilatore non avrebbe potuto avere alcun accesso, vale a dire che Giuseppe non "ha conosciuto" Maria fino a dopo la nascita di J. Questa sarebbe stata un'informazione privata non disponibile per nessuno oltre a Giuseppe e Maria. Il versetto continua inoltre con il tema dell’integrità morale di Giuseppe, cosa che lo studioso del Nuovo Testamento Charles Davis ha trovato eccessivo e quindi non autentico all'interno di Matteo 1: 19. (Nota 10) Poiché 1:25a è una redazione, dobbiamo sospettare che anche la sua clausola collegata, 1:25b, sia non autentica, soprattutto perché sminuisce il punto che il nome di J era stato designato "Gesù" dopo che questo era già stato indicato in Matteo 1:16, 1:18 e 1:21.

Due epistole fanno luce sulla questione. Nella Lettera ai Filippesi 2:8-9 si afferma:

umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome

[Fonte NT CEI]

Non c'è bisogno di pensare che Paolo qui sia stato negligente e si sia lasciato sfuggire l'informazione che dopo la crocifissione c'era stato un cambio di nome (che gli fu conferito allora un nome che è al di sopra di ogni altro nome). A quel tempo, nei primi anni '50, tutti sapevano che il nome dell'uomo era Immanuel e che Paolo insisteva invece che si chiamasse Gesù il Cristo. Il nome "Immanuel" non doveva più essere menzionato perché questo era il nome che i sostenitori di Immanuel, cioè i principali oppositori di Paolo, stavano ancora promuovendo.

Allo stesso modo, la Lettera agli Ebrei 1:3-4 menziona lo stesso evento:

Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell'alto dei cieli, ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

[Fonte NT CEI]

Ancora una volta, ad un certo punto si dice che J abbia ereditato un nome davvero eccellente. Quel nome deve naturalmente essere quello ortodosso "Gesù Cristo", mentre prima della crocifissione si indica essere stato qualcosa di diverso – potrebbe essere stato "Immanuel"? Anche se si potrebbe sostenere che passare da "Gesù" a "Gesù Cristo" fosse il cambiamento di nome qui previsto, ciò sembra improbabile, poiché "Cristo" è solo un titolo aggiunto allo stesso nome. Inoltre, nel Vangelo di Matteo "Cristo" è citato circa 14 volte prima della crocifissione, in senso di contemporaneità, indicando che la qualifica di "Cristo" doveva essere considerata parte del suo titolo in tutte le fasi della sua vita, non solo dopo essere uscito dal sepolcro.

Clemente di Roma, in Clemente 1 36, cita la Lettera agli Ebrei 1,4, nella sua epistola ai Corinzi con la quale esalta la gloria e il nome di Gesù.

Non è troppo sorprendente che alcune tracce del cambio di nome siano sfuggite, inosservate, all'interno dei libri canonici del Nuovo Testamento. Dovremmo aspettarci che molti di più siano sopravvissuti all'interno di scritti non canonici che sono riusciti a sopravvivere.

 

INDIZI DA PROVE ESTERNE E DAI VANGELI GNOSTICI

Nello scritto di Giustino Martire (Nota 11) si dice questo:

Così anche in Zaccaria, Cristo Gesù, il vero Sommo Sacerdote del Padre, nella persona di Giosuè, anzi, nel mistero stesso del Suo nome, è ritratto in un duplice abito con riferimento ad entrambi i Suoi avventi. All'inizio Egli è vestito di sordidi abiti, vale a dire dell'umiltà della sofferenza e della carne mortale: poi il diavolo Gli ha resistito, come istigatore del traditore Giuda, per non parlare della Sua tentazione dopo il Suo battesimo: in seguito fu spogliato del Suo primo vestito sporco, e adornato con la veste sacerdotale e la mitra e un puro diadema.

Allora perché c'era un mistero nel suo nome? Era un mistero che gli fosse stato dato lo stesso nome di Giosuè dell'Antico Testamento? O persisteva qualche tradizione almeno fino alla metà del II secolo che il suo nome era stato originariamente qualcosa di diverso (cioè Immanuel), nome che, per qualche motivo "misterioso", non avrebbe dovuto essere pronunciato? Fu spogliato del suo precedente nome che non-doveva-essere-pronunciato (Immanuel), che doveva essere evitato come un indumento sporco e sordido, e poi adornato con il nome post-crocifissione "Gesù Cristo"?

Ci sono diversi scritti gnostici che supportano anche questa ipotesi di cambio di nome.

Uno di questi è il versetto 9.5 dell'Ascensione di Isaia (150-200 d.C.):

... e colui che ha dato il permesso [a Isaia di ascendere al settimo cielo] è il tuo Signore, Dio, il Signore Cristo, che sarà chiamato Gesù sulla terra, ma il suo nome non potrai udire finché non sarai asceso dal tuo corpo.

Allo stesso modo rilevante sono gli Atti 13.163 dagli Atti di Tommaso (200-225 d. C.):

E Misdaeus (Vasudeva I) disse [a Giuda-Tommaso]: "Qual è il suo nome [del tuo padrone]?" Giuda disse: "Tu non puoi udire il suo vero nome in questo momento... ma il nome che gli è stato conferito per una stagione è Gesù, il Cristo".

Un altro si trova nel Vangelo di Filippo, 10-11 (150-300 d.C.), nella traduzione di Wesley Isenberg:

I nomi dati ai mondani sono molto ingannevoli, perché distolgono i nostri pensieri da ciò che è corretto a ciò che è sbagliato... Un solo nome non è pronunciato nel mondo, il nome che il padre ha dato al figlio; è il nome sopra ogni cosa: il nome del padre. Perché il figlio non sarebbe diventato padre se non avesse indossato il nome del padre. Coloro che hanno questo nome lo sanno, ma non lo dicono. Ma coloro che non ce l'hanno non lo sanno.

La parte enigmatica più importante, "il nome che il padre ha dato al figlio, è ... il nome del padre", ha qui una facile interpretazione. Il padre è "Dio" e "Immanuel" in quanto "Dio con noi" è fondamentalmente la stessa cosa, vale a dire El o Dio. Perciò il padre ha dato al figlio l'essenza del proprio nome: Immanuel, che non doveva essere pronunciato. La penultima frase sopra ha senso se "Coloro che hanno questo nome" viene interpretato come "Coloro che sono consapevoli di questo nome", che è Immanuel. L'ultima frase ha senso solo se ha un significato esteso di: "coloro che non sono a conoscenza di questo nome non ne hanno mai sentito parlare perché non è stato pronunciato per così tanto tempo".

Quindi ci sono alcune prove esterne, precedentemente non spiegate, che "Gesù Cristo" ha avuto un nome diverso che non doveva essere pronunciato, e questa soppressione del nome si estende anche nel III secolo e, enigmaticamente, questo nome è Immanuel.

 

QUAL ERA QUESTO NOME MISTERIOSO? LA PISTOLA FUMANTE

Esaminiamo ora il Testamento di Salomone, con ringraziamento a RJ dell'Università della California per averlo portato alla mia attenzione così come i versetti del Vangelo di Filippo. Come notato in questa pagina web, il suo "testo è un catalogo pseudepigrafico dei demoni evocati dal re Salomone e di come possono essere contrastati con l’invocazione di angeli e altre tecniche magiche. È uno dei più antichi testi magici attribuiti al Re Salomone, risalente dal I al III secolo d.C. La traduzione è di F.C. Conybeare”. Ciò che si sa della sua provenienza e del suo retroterra storico può essere trovato qui. (Nota 12) La storia o novella non contiene cristologia.

Il primo di tre passaggi rivelatori è:

29. Io [Salomone] gli dissi [un demone chiamato Ephippas]: "Dimmi da quale angelo sei frustrato". Ed egli rispose: "Con il santo e prezioso nome di Dio Onnipotente, chiamato dagli Ebrei con una serie di numeri, di cui la somma è 644, e tra i Greci è Emmanuel".

Discuteremo presto di questa rivelazione di "Emmanuel". Per ora notiamo solo che solo in greco le designazioni numeriche delle lettere in "Emmanuel" ammontano a 644, come notato dal traduttore. (Nota 13)

52. Così io [Salomone] gli dissi [un altro demone]: "Ti scongiuro nel nome del Dio Sabaoth, di dirmi con quale nome sei frustrato insieme al tuo esercito". E lo spirito mi rispose: "Il 'grande tra gli uomini', che deve soffrire molte cose per mano degli uomini, il cui nome è la figura 644, che è l'Emmanuel; è lui che ci ha legati, e che poi verrà e ci immergerà nel precipizio sott'acqua. Egli si fa sentire all'estero nelle tre lettere che lo fanno scendere".

Anche se il nome non fosse stato precisato, è evidente che il "grande tra gli uomini" è Emmanuel alias Gesù, che doveva soffrire per flagellazione e crocifissione, e che a Gadara aveva mandato i demoni nei maiali, che poi sono precipitati giù per il precipizio e sono annegati nel mare (Matteo 8,32). La designazione nome-numero in questo caso può essere espressa anche da chi+mu+delta (600 + 40 + 4) o χμδ, le tre lettere da invocare per far scendere Emmanuel dal cielo.

Un po’ più avanti nella storia, troviamo questo:

65. "... E allora noi [demoni] andremo avanti con grande potenza qua e là, e saremo diffusi in tutto il mondo. E porteremo fuori strada il mondo abitato per una lunga stagione, fino a quando il Figlio di Dio è teso sulla croce. Poiché mai prima d'ora è sorto un re come lui, uno che frustra tutti noi, la cui madre non avrà contatto con l'uomo. Chi altro può ricevere tale autorità sugli spiriti, se non lui, che il primo diavolo cercherà di tentare, ma non prevarrà? Il numero del suo nome è 644, che è Emmanuel. Perciò, o Re Salomone, il tuo tempo è malvagio, e i tuoi anni sono brevi e malvagi, e al tuo servo sarà dato il tuo regno".

66. E io Salomone, avendo udito questo, glorificai Dio. E anche se mi sono meravigliato delle scuse dei demoni, non gli diedi credito fino a quando non si è avverarono. E non ho creduto alle loro parole; ma quando si realizzarono, allora capii, e alla mia morte scrissi questo Testamento ai figli d'Israele, e lo diedi loro, affinché conoscessero i poteri dei demoni e le loro forme, e i nomi dei loro angeli, gli angeli dai quali sono frustrati. Ed io glorificai il Signore Dio d'Israele e comandai agli spiriti di essere legati da legami indissolubili.

Ancora una volta è evidente chi è questo grande frustatore dei demoni.

Ma, a meno che il suo nome non fosse stato immediatamente espresso, il suo vero nome di Emmanuel rimarrebbe un mistero salvo che uno non riuscisse a capire qual è il nome che contiene le giuste lettere e numeri dell’alfabeto greco i cui valori numerici sommano esattamente a 644.

Dopo qualche riflessione, dovrebbe risultare evidente che una delle primarie intenzioni dell'autore di questa storia era quella di esaltare J mantenendo il suo nome reale e misterioso un segreto da dedurre solo da coloro che erano più informati e che potevano accettare il fatto. Per raggiungere questo obiettivo, doveva evitare di menzionare il nome, in modo che la sua storia potesse sopravvivere all'epurazione da parte dei custodi della produzione letteraria, e allo stesso tempo trasmettere il nome in qualche forma segreta, che si suppone un demone avrebbe potuto impiegare. Ciò significa che clausole del tipo "che è Emmanuel" sono state inserite da qualche redattore successivo che desiderava eliminare il segreto. In caso contrario, se fosse stato l'autore stesso a fornire le identificazioni di "Emmanuel", non vi sarebbe stato alcun motivo per aver prima espresso il nome in modo enigmatico come 644. Nessuna ragione. Fu probabilmente molto più tardi, dopo che la tradizione dell'"Emmanuel" in quanto tabù fu praticamente dimenticata, che questo redattore disinnescò il mistero nel nome esponendolo direttamente senza mezzi termini. (Nota 14) Nella sua prima aggiunta nel versetto 29 di cui sopra, tuttavia, questo redattore sembra aver commesso qualche errore, quando nell’alterare una frase il cui senso era stato, "... chiamato dagli Ebrei con una serie di numeri, di cui la somma è 644 tra i Greci" nel versetto tradotto come, “… dagli Ebrei con una serie di numeri, di cui la somma è 644, e tra i Greci è Emmanuel". L'alfabeto ebraico ha le sue designazioni lettera-numero, in cui il totale numerico per "Immanuel", cioè עמנןאל, è molto diverso.

Facciamo risalire la storia ad un certo periodo tra il 125-250 d.C. circa, (Nota 15) mentre il particolare redattore coinvolto potrebbe non aver fatto le sue brevi aggiunte se non anni, decenni o addirittura secoli dopo.

In sintesi, il metodo del redattore di rendere innocuo il vecchio tabù contro il nome Immanuel ha avuto un prezzo: si è insinuata l’illogicità, il che quasi conferma che un tempo esisteva un tabù di lunga durata contro quel nome.

 

CHI HA CAMBIATO IL SUO NOME E PERCHÉ?

Dovrebbe essere evidente che non c'è altro candidato che Paolo ad aver fornito il nuovo nome per Immanuel. Il ruolo primario di Paolo nel plasmare o formare il cristianesimo è ben noto. (Nota 16) È anche evidente che Paolo fu il primo a esporre la teologia cristiana primitiva sull'"essere salvati" attraverso il sacrificio del Figlio di Dio. (Nota 17) Il suo retroterra come fariseo (Lettera ai Filippesi 3:4-5, Atti degli Apostoli 23:6, 26:5) e assiduo studente del giudaismo (Galati 1:13-14) indica che era a conoscenza del concetto di offrire sacrifici umani nella speranza di liberazione (2 Re 3:27) Quindi avrebbe avuto la motivazione di cambiare il nome di Immanuel in "Gesù" (o Giosuè o Yeshua/Yahushua con il significato di "Yahweh/Dio salva") a sostegno della sua teologia. Da quando Paolo cambiò il proprio nome da Saulo a Paolo, sappiamo che non era contrario ad alterare un nome. Il nome Giosuè o il suo equivalente greco di Gesù era naturalmente già ben noto a Paolo, e sebbene non fosse un nome raro, attraverso il frequente attaccamento del suffisso "Cristo" o del prefisso "Signore", Paolo poteva assicurare che l'uomo designato fosse inteso.

Rinominarlo da Immanuel a Gesù avrebbe collegato il suo nome all'espressione più contemporanea per il Nome Divino: Yahweh (SIGNORE), il cui nome è venuto a predominare su El o Elohim (Dio) nella tradizione biblica. (Nota 18) Da Esodo 6:2-3 si vede un esempio di come il nome Yahweh prenda il sopravvento sul nome El, e similmente in Geremia 32:38. Quindi questa considerazione può aver contribuito alla ridenominazione di Immanuel da parte di Paolo in "Yeshua il Messia" o "Gesù il Cristo".

Tuttavia, una motivazione primaria per cui Paolo ha alterato il nome di Immanuel viene subito in mente. Dopo la conversione di Saulo, non dovrebbe esserci alcun dubbio che questi abbia voluto minimizzare nei suoi pensieri il nome dell'uomo che doveva odiare con passione per essere stato l'arci-persecutore di Immanuel e dei suoi discepoli. (Nota 19) Quindi, parlando o scrivendo di "Gesù" o "Gesù Cristo", Paolo avrebbe avuto una nuova immagine su cui soffermarsi, non la sua precedente immagine del detestato Immanuel. Nel diffondere il suo messaggio di perdono dei peccati attraverso la fede in un Gesù Cristo risorto, Paolo avrebbe poi parlato solo di Gesù, evitando di menzionare Immanuel, se possibile.

Coerente con questo è la "spina nella carne" di Paolo (Seconda lettera ai Corinzi 12:7), che uno studio dettagliato ha suggerito potrebbe riferirsi a un "avversario" o "avversari" piuttosto che a un qualsiasi disturbo fisico. (Nota 20) Il principale avversario sarebbe stato lo stesso Immanuel. Modificando il nome di Immanuel in "Gesù il Cristo", il Paolo post-conversione ha potuto più facilmente impedire a questa "spina" di penetrare nella sua memoria ogni volta che pregava il suo Salvatore. Così l'aspetto salvifico del nome "Gesù" si adatterebbe bene al bisogno di Paolo di pregare per il perdono per i suoi terribili peccati di persecuzione passati.

Questo, quindi, può fare molto per spiegare perché Paolo, riferendosi a Isaia nelle sue epistole, non menziona mai "Immanuel" o la profezia di Isaia su Immanuel, anche se menzionando il rampollo di Iesse come l'adempimento della profezia di Isaia, c’è andato vicino. Tuttavia, esiste ancora un'altra ragione per aiutare a spiegare non solo questo, ma perché, per quasi un secolo dopo l'evangelizzazione di Paolo, il nome Immanuel e la profezia di Isaia su di lui erano argomenti tabù. I sostenitori di Immanuel dovevano essere messi a tacere, il che significava mettere a tacere il nome che essi veneravano.

 

POTREBBE ESSERE REALMENTE SUCCESSO?

Oppositori al cambio di nome e del messaggio.

Sicuramente ci dev’essere stata una forte opposizione al cambio di nome dalla maggior parte di coloro che avevano conosciuto Immanuel, compresi alcuni dei discepoli, in particolare Pietro. (Nota 21) Con quale argomentazione Paolo avrebbe potuto convincere gli altri ad ascoltare lui e non i suoi avversari come Pietro? Dobbiamo per prima cosa esaminare la questione in dettaglio e da un punto di vista realistico.

Dopo la crocifissione, Immanuel si era certamente rivelato a suo fratello Giacomo (Paolo lo riconosce: 1 Corinzi 15,7) e ad altri membri della famiglia, come pure ai suoi discepoli. Dovevano essere abbastanza ben convinti che fosse vivo come prima e non in uno strano stato di resurrezione come avrebbero poi insistito Paolo e gli scrittori del Vangelo. (Nota 22) Accettarono, almeno provvisoriamente, ciò che avevano visto con i loro occhi: Immanuel era miracolosamente sopravvissuto alla crocifissione. Quindi, per le persone a lui più vicine, Immanuel era ancora lo stesso profeta, guaritore e insegnante di saggezza che avevano conosciuto l'anno precedente o ancora prima, che in qualche modo era sopravvissuto. (Nota 23) Erano i credenti di Immanuel, o Immanueliti come li chiameremo. (Nota 24) Ma, secondo il Talmud Jmmanuel, erano stati avvertiti da Immanuel di mantenere segreta la sua sopravvivenza, cosa che probabilmente hanno fatto a vari livelli solo per pochi anni al massimo. Ovviamente Immanuel non avrebbe voluto che la notizia della sua sopravvivenza trapelasse troppo presto al clero ebraico o alle autorità romane, per timore che ci credessero, e poi essere cercato e riportato a Gerusalemme per subire una seconda crocifissione, che sarebbe stata fatale.

In un primo momento, quando alcuni dei discepoli e Giacomo alla fine parlarono, sospettiamo che pochi gli avrebbero creduto. Tutti gli altri che avevano sentito parlare di Immanuel "sapevano" che era morto, ad eccezione di una crescente minoranza di dubbiosi che divenne consapevole della voce diffusa delle sue apparizioni o della sua sopravvivenza. Questi di mentalità aperta cominciarono a riunirsi in piccoli gruppi, dando inizio alle prime chiese. Quando Paolo apparve sulla scena alla fine degli anni '40, e per gli anni successivi, queste persone dovettero scegliere tra le opinioni degli Immanueliti e il vangelo di Paolo di un Gesù Cristo risorto. I poteri di persuasione di Paolo gli permisero evidentemente di gettare le basi affinché il suo vangelo orale alla fine vincesse, ma si deve speculare un po' su quale argomentazione abbia usato per promuovere il suo vangelo.

Questo è certo: nel corso dei suoi viaggi Paolo aveva bisogno di emarginare gli Immanueliti– essi erano tra coloro che predicavano "un vangelo diverso" (Lettera ai Galati 1,6-9), il che deve aver sottolineato la loro consapevolezza che Immanuel era sopravvissuto alla crocifissione, e non aveva mai voluto essere adorato o trattato come divino. Se accettate, le loro opinioni avrebbero distrutto il vangelo di Paolo, che richiedeva che J fosse morto sulla croce (1 Corinzi 15:3-4), e successivamente innalzato in uno stato di risurrezione (1 Corinzi 15:4-19) come Figlio di Dio. Quindi era imperativo per Paolo lavorare su questo obiettivo di sopprimere gli Immanueliti, nonché di fare proselitismo tra i Gentili.

Come già sottinteso, Giacomo di Gerusalemme, il fratello di Immanuel, doveva essere uno degli Immanueliti. (Nota 25) Quando Paolo era ad Antiochia accusò Pietro insieme ad altri ebrei di agire in modo insincero e di non essere "diretto riguardo alla verità del vangelo" (Lettera ai Galati 2:11-14). Questo avvenne quando alcuni uomini di Giacomo, dalla sua chiesa di Gerusalemme, giunsero ad Antiochia, dopo di che Pietro si ritirò dalla presenza di Paolo e apparentemente si unì agli uomini di Giacomo oltre a unirsi ad altri ebrei presenti lì ad Antiochia. Così Paolo accusò quest'ultimo e Pietro di insincerità e di non seguire il proprio vangelo. Questa interpretazione è coerente con il fatto che Pietro ha condiviso le opinioni degli Immanueliti con gli altri ebrei presenti, sebbene possa essere offuscata dalla questione della circoncisione, che interviene in modo ambiguo. (Nota 26)

La consapevolezza che sia Pietro che Giacomo, il fratellastro di Immanuel, erano Immanueliti ci permette di dare un senso migliore a un altro passaggio ambiguo nella Lettera ai Galati (1,18-20; 2,1):

1,18 In seguito, dopo tre anni [dopo la crocifissione] andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di lui quindici giorni; 1,19 degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore. 1,20 In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco. 2,1 Dopo quattordici anni, andai di nuovo a Gerusalemme in compagnia di Barnaba…

[Fonte NT CEI]

La spiegazione più diffusa per la frase in prima persona di Paolo è che egli voleva che si sapesse che il suo vangelo di Gesù Cristo proveniva direttamente da Dio, non da "carne e sangue" (Lettera ai Galati 1,16b); perciò non conferì con gli altri apostoli. Qui, tuttavia, sospettiamo che Giacomo fosse il più schietto degli Immanueliti, avendo molto probabilmente trascorso la maggior parte del tempo con Immanuel (che deve essere rimasto in incognito, nascosto o velato dopo la crocifissione fino a quando alla fine viaggiò verso est). Durante i quattordici anni precedenti alcuni Galati avrebbero sentito parlare della sopravvivenza di Immanuel da Giacomo o da altri, così come avrebbero sentito parlare di Paolo e del suo messaggio evangelico. Avrebbero saputo che oltre a Pietro, soprattutto Giacomo era un avversario di Paolo. Quindi sarebbero rimasti sorpresi nell’apprendere che Paolo aveva visitato a lungo i suoi principali avversari; e lo aveva fatto davvero! Non se lo stava inventando, ma li aveva effettivamente sfidati. Non ha senso ragionare sul fatto che l’affermazione di Paolo "Non mentisco" era intesa a sottolineare che non conferiva con gli apostoli quando ammise di aver conferito con i due apostoli primari che erano i "pilastri" della chiesa. E avrebbe poco senso supporre che Paolo fosse preoccupato che il suo aver conferito con loro potesse essere considerato una contraddizione alla sua precedente osservazione di non aver conferito con “carne e sangue” (Lettera ai Galati 1:16b-17), poiché quell'osservazione si applicava solo al periodo relativamente breve di tempo dopo la sua conversione, quando andò in Arabia e poi a Damasco prima di andare a Gerusalemme.

Paolo, nel suo proselitismo, senza solitamente additare per nome Giacomo e gli altri Immanueliti, poteva tuttavia denunciarli come sbagliati, sciocchi o confusi, e persino maledetti (Lettera ai Galati 1,6-9). Se Immanuel era sopravvissuto, dov'era? Perché non possiamo incontrarlo? Si potrebbe sostenere che una persona risorta dovrebbe trascorrere la maggior parte del suo tempo con Dio Padre, e solo occasionalmente fare un'apparizione di sua scelta nel mondo fisico, come quello che sembrava essere accaduto. (Nota 27) Inoltre, la credenza popolare che Immanuel fosse realmente morto era forte. (Nota 28) Oltre a ciò, attorno al 62 d.C., secondo Giuseppe Flavio, Giacomo fu giustiziato per lapidazione (Nota 29) molto probabilmente perché il nuovo sfacciato capo sacerdote, Anania il Giovane, era un sadduceo che, insieme a suo padre, non avrebbe potuto gradire l'affermazione promulgata che Immanuel era sopravvissuto alla crocifissione sventando i desideri del Sinedrio 30 anni prima. L'esecuzione di Giacomo deve quindi aver avuto un effetto agghiacciante sugli Immanueliti. Così, man mano che il numero dei Gentili convertiti cresceva, gli Immanueliti divennero una minoranza sempre più piccola all'interno delle chiese. A poco a poco si azzardarono sempre meno ad esprimere le loro "sciocche" opinioni sulla sopravvivenza di Immanuel– questo avrebbe generato solo inutili dissensi all'interno delle chiese oltre ad essere personalmente pericoloso. L'instancabile opera di evangelizzazione di Paolo e la sua persuasiva scrittura di lettere, aveva posto una base troppo forte per essere superata dagli Immanueliti.

Ci rendiamo conto che, precedentemente, è stato postulato molto sugli oppositori di Paolo. (Nota 30) Sebbene tali studi siano stati utili sotto molti aspetti, sono fondamentalmente imperfetti sotto due aspetti: (a) nessuno considera la possibilità che J sia sopravvissuto alla crocifissione, cosa che getta una luce completamente nuova sulla situazione, (Nota 31) e (b) nessuno è consapevole che il suo nome fosse stato Immanuel, un nome che, come vedremo, dovette essere evitato o messo a tacere per molto tempo, dopo che le opinioni di Paolo presero il sopravvento. A causa di (a) non ci è resi conto che gli stessi Giacomo e Pietro, e almeno il discepolo Giovanni, fossero gnostici di un certo tipo, e non cristiani ebrei. (Nota 32) A causa di (b) non si è capito perché non sia sopravvissuta alcuna risposta scritta da parte di qualche gnostico che si opponeva a Paolo.

La soluzione attuale consente a Paolo di avere oppositori su due fronti: gli Immanueliti e gli ebrei-cristiani il cui elemento più radicale erano i Giudaizzanti. Di questi due, gli Immanueliti devono essere stati di gran lunga la minaccia più seria, poiché il loro vangelo poteva distruggere il vangelo di Paolo, mentre Paolo non sosteneva né la circoncisione né la non-circoncisione (Lettera ai Galati 6:15). Paolo avrebbe potuto facilmente discutere i problemi con la circoncisione e la Legge, ma non poteva discutere specificamente degli Immanueliti gnostici per timore di attirare l'attenzione sulla loro causa.

 

"Gesù" sostituisce "Immanuel" nel primo cristianesimo.

Scritti occasionali che discutevano se Immanuel fosse morto o meno, e che sostenevano o gli Immanueliti o Paolo e il suo vangelo, devono essere saltati fuori dagli anni '40 in poi per diversi decenni. Ci volle mezzo secolo prima che le opinioni di Paolo vincessero pienamente sugli Immanueliti, come si evince dalla prima apparizione intorno al 95 d.C. (La Prima lettera di Clemente) di uno scritto cristologico che menzionava (ripetutamente) Gesù, mentre ovviamente non menzionava Immanuel. E, come accennato in precedenza, la Prima lettera di Clemente, cita il versetto del cambio di nome di Ebrei 1:4, come per giustificare l'uso ripetuto di "Gesù" e il tabù totale contro il nome "Immanuel".

Circa 15 anni dopo, Ignazio di Antiochia usò allo stesso modo la cristologia di "Gesù" nonostante l'esistenza di persistenti eretici "malvagi" che apparentemente contestavano ancora il nome "Gesù". Questo è suggerito nel settimo capitolo della sua Epistola agli Efesini:

7.1. Vi sono alcuni, infatti, che hanno l’abitudine di portare in giro, con inganno maligno, il Nome, [ma che poi] agiscono in modo indegno di Dio. Costoro bisogna che li evitiate come fiere. Sono infatti cani rabbiosi che mordono a tradimento. Bisogna che ve ne guardiate, poiché [i loro morsi] sono difficili da guarire. […]

[Fonte: Ignazio di Antiochia, Ora comincio ad essere discepolo. Le lettere, a cura di S. Chialà, Bose 2004

Questa cronologia presume che il primo vangelo non sia apparso fino a poco dopo, intorno al 120 d.C., (Nota 33) dopo di che, vari versetti del vangelo (ebraico) di Matteo, sono stati spesso allusi, o citati, dai cristiani successivi. Durante tutto questo tempo e anche più tardi, le voci degli Immanueliti dovettero essere messe a tacere, insieme al nome dell'uomo che veneravano. Altrimenti il cristianesimo paolino stesso non avrebbe potuto sopravvivere.

Quindi, tra il 95 e il 120 d.C. circa, trascorse un tempo sufficiente perché il nome "Gesù" diventasse ben consolidato per l'uso all'interno del cristianesimo primitivo e dei vangeli. Tuttavia, ben prima di questo periodo si sarebbe diffusa la tradizione all'interno delle chiese che il nome "Immanuel" doveva essere evitato, e qualsiasi letteratura precedente o contemporanea che lo conteneva doveva essere completamente distrutta. L'accettazione del vangelo di Paolo e del cristianesimo emergente non richiedeva niente di meno. Le quattro epistole perdute di Paolo potrebbero essere state vittime di questa epurazione, se avessero contenuto troppe menzioni di Immanuel o dei suoi seguaci tali da essere cancellate. Come notato da Ehrman, "Una delle nostre più grandi perdite è una risposta scritta da parte di uno di loro [gli oppositori di Paolo]. Ma se una risposta del genere è mai stata scritta, è scomparsa per sempre". (Nota 34) Gli Immanueliti non erano mai stati abbastanza forti o coesi da formare un'organizzazione in grado di conservare gli scritti provenienti dai loro sostenitori. Sebbene vi fossero vari primi gnostici “ordinari” che condividevano alcune opinioni con gli Immanueliti, i loro scritti non ebbero maggior fortuna.

Non conosciamo nessun altro scenario che possa spiegare la scarsità di scritti del I secolo su Gesù (o Immanuel), al di fuori delle epistole di Paolo. Questa conseguente scarsità di tali scritti su Gesù alla fine portò alla generazione dell'ipotesi che Gesù non sia esistito, cosa che attualmente è una materia scolastica quasi rispettabile. (Nota 35)

Ma, ci si potrebbe chiedere: non c'era altro modo per coloro che ricordavano ancora che il suo nome era stato Immanuel, non Gesù, e che apprezzavano la verità, per poter esprimere questo punto di vista per iscritto senza che questo fosse soggetto a distruzione o soppressione nel caso fosse stato menzionato il nome "Immanuel"? Sembra che ci sia stato un modo, ma un modo subdolo. Nei loro scritti, potevano evitare di menzionare il nome "Gesù" per indicare che questo non era il vero nome dell'uomo, e forse anche come rappresaglia per essere stati costretti a evitare di menzione "Immanuel". Il vescovo Papia (~130 d.C.) potrebbe essere stato colui che ha dato inizio questa pratica per i non ortodossi. Invece di usare "Gesù" lo chiamava con qualsiasi altra cosa rispettosa, vale a dire "Salvatore", "Signore", "il Figlio" e "Cristo". Altri avrebbero potuto seguirne l'esempio, specialmente gli gnostici e altri scrittori di apocrifi che conoscevano la vera tradizione orale. Sono stati identificati circa 44 scritti del II e III secolo in cui sembra sia stata seguita questa pratica. (Nota 35.5)

Il tabù contro la menzione di "Immanuel" venne brevemente rimosso da Giustino Martire intorno al 145 d.C., (Nota 36) nello stesso modo in cui era stato fatto nel Vangelo di Matteo. Se non ci fosse stato un tale tabù, ci aspetteremmo che i primi scritti cristiani si sarebbero moltiplicati nella seconda metà del I secolo e per tutto il secondo, celebrando il fatto che la profezia di Immanuel di Isaia si era adempiuta. Sebbene Giustino abbia citato due volte Isaia 7:14 e quindi abbia menzionato "Immanuel", non disse nulla sul motivo per cui la parte con "Immanuel" della citazione dovesse considerarsi adempiuta nella figura di "Gesù". Argomentando, invece, in modo più sicuro perché la frase "nata da una vergine" (non "giovane donna") fu adempiuta in Gesù. La contraddizione del Vangelo di Matteo riguardo al nome del Messia non è stata affrontata. L’aver menzionato "Immanuel" per mezzo del riferimento alla profezia di Immanuel di Isaia è diventata l'unica rara eccezione al tabù contro la sua menzione – se necessario, con il suo significato di "con noi Dio", si potrebbe illogicamente sostenere che la profezia messianica di Isaia si era adempiuta riguardo a Gesù come Dio.

Passarono altri quarant'anni prima che "Immanuel" riapparisse nella letteratura, questa volta attraverso Ireneo. (Nota 37) Nella sua sezione III.21.4 egli ha speso più spazio per rivendicare la credenza che Cristo fosse l'adempimento di Isaia 7:14 di quanto non abbia fatto Giustino, ma sembra aver seguito l'esempio di Giustino soffermandosi quasi interamente sull’aspetto della "vergine" e non sulla contraddizione "Immanuel" contro "Gesù". La cosa più vicina che Ireneo arriva a collegare con la profezia dell'Immanuel e con il nome "Gesù" sembra essere nell’aver dedotto dal nome "Immanuel" che J era Dio, e da lì dedurre che J poteva salvare gli uomini dai loro peccati, per poi lasciare dedurre ulteriormente al lettore che il suo nome potrebbe quindi essere stato "Yeshua" o "Gesù" così come Immanuel. Quindi nemmeno Ireneo ha risolto la contraddizione del Vangelo di Matteo. Infatti, non ha fatto altro che rafforzarla parlando di "Emmanuel nato dalla vergine", e parlando tre volte di Emmanuel come di un nome (in III.21.4), e non di una caratterizzazione o di un titolo.

Sembrerebbe che verso la metà del III secolo praticamente tutte le tracce e i ricordi che Gesù originariamente si chiamava Emmanuel erano andati perduti o spazzati via all'interno del cristianesimo primitivo. Intorno al 230-250 Origene scrisse le sue omelie, alcune delle quali riguardavano Isaia e una era su Isaia 7:14. Da ciò che sappiamo di questa omelia, come tramandataci da Eusebio più di mezzo secolo dopo, sono state enunciate e discusse diverse interpretazioni del significato della profezia, proprio come viene fatto ancora oggi, (Nota 38) senza alcun suggerimento che il nome di J potesse esser stato Emmanuel fin dall'inizio. Tuttavia, non possiamo essere certi che Eusebio, nella sua vasta biblioteca, non possedesse scritti ancora esistenti che affrontavano alcuni aspetti dell'insabbiamento, che egli avrebbe scelto di non rivelare o perpetuare.

 

Il tabù ebraico contro "Immanuel".

Il clero ebraico sembra aver aiutato in modo indipendente il cristianesimo primitivo in questo tentativo di alterare la storia. Dalla crocifissione in poi, non avrebbero voluto che gli insegnamenti assolutamente blasfemi di Immanuel venissero ricordati o diffusi, (Nota 39) e avrebbero detestato quel nome almeno tanto quanto Paolo. Sarebbero stati anche riluttanti a scrivere qualcosa su "Gesù" per molti decenni dopo la crocifissione, sapendo che "Gesù" non era stato il suo nome e non rappresentava alcun tipo di figura di salvatore che non avrebbero mai adorato. Di conseguenza, insieme con la mancanza di accettazione di Immanuel come adempimento della profezia messianica di Isaia da parte dei farisei, dei sadducei e del clero ebraico, quest'ultimo avrebbe avuto ancora meno da dire su Immanuel piuttosto che su Gesù. Essi non hanno nemmeno lasciato scritti che indicassero di aver riflettuto o discusso la possibilità di adempimento della profezia di Isaia.

Anche fino al tardo IV secolo d.C. non vi è alcuna menzione ebraica conosciuta della profezia di Immanuel di Isaia. Tuttavia, dal Trattato Talmudico Pesachim 54a, che probabilmente risale alla Mishnah e alla sua tradizione orale del III secolo, c'è questo:

Sette cose sono state create prima che il mondo fosse creato, e queste sono: la Torah, il pentimento, il Giardino dell'Eden, la Geenna, il Trono della Gloria, il Tempio e il nome del messia... Il nome del messia, come è scritto, il Suo nome durerà per sempre, ed è esistito prima del Sole!

Nonostante l'importanza di questo Messia, il suo nome è tenuto segreto. Più tardi, nel Talmud di Gerusalemme o Babilonese (IV secolo e successivo), c'è molta discussione su oltre una dozzina di nomi di vari messia, nessuno dei quali è Immanuel. Così ogni menzione di "Immanuel" è stata evitata, e all'interno dell'ebraismo il nome si è perso tra la folla. Ancora più tardi, con l'apparizione del testo masoretico di Isaia, vediamo che il messia viene scritto ciascuna delle tre volte come "Immanu El" o "con-noi Dio piuttosto che come il nome di una parola "Immanuel" ogni volta (come nel Rotolo del Mar Morto di Isaia) è coerente con il tabù di Immanuel iniziato a metà del I secolo e persistente per secoli all'interno del giudaismo.

Oltre a evitare il nome "Immanuel" da parte del clero ebraico, probabilmente ci vollero un paio di secoli in più di quanto previsto prima di utilizzare la parola "talmud", a causa della sua presenza nel titolo Talmud Jmmanuel. (Nota 40) Quando il Talmud Jmmanuel apparve per la prima volta sulla scena, intorno al 115 d.C., probabilmente divenne noto a pochi eletti del clero ebraico nel corso della sua iniziale limitata circolazione e del successivo uso da parte dello scrittore del Vangelo di Matteo, più l'uso periferico da parte degli scrittori del Vangelo di Luca e del Vangelo di Giovanni. Così alcuni pochi sapevano delle sue devastanti eresie che avrebbero richiesto la sua successiva distruzione. In tal modo un doppio tabù contro la menzione del Talmud Immanuel si è radicato all'interno del primitivo giudaismo mishnaico e talmudico, nonché all'interno del cristianesimo primitivo, a causa dei contenuti eretici del Talmud Jmmanuel e del nome "Immanuel" proibito per entrambi.

 

Precedenti.

C'è un precedente dell'Antico Testamento per un cambio di nome di questa natura, uno per il quale il nome cambiato è menzionato 220 volte. Il riferimento è a Giosuè, a cui era stato originariamente dato il nome di "Osea" fino a quando non fu ribattezzato "Giosuè" da Mosè o dallo scrittore di questa parte dell'Antico Testamento: vedi Numeri 13:16. Ad eccezione di questo versetto, non sapremmo che il cambio di nome è stato effettuato. Il nuovo nome fu apparentemente conferito a Osea, figlio di Nun, per onorarlo per il suo ruolo nella vittoria decisiva sul popolo degli Amaleciti (Esodo 17:8-15). Esso significava che la leadership di Giosuè aveva salvato gli ebrei attraverso l'aiuto fornito dalla bacchetta magica di Yahweh.

Il precedente più noto per l'occultamento cristiano intenzionale di informazioni e letteratura indesiderate è probabilmente rappresentato dai Vangeli gnostici. (Nota 41) Nel corso del secondo secolo alcuni degli scrittori gnostici evidentemente impararono che se volevano dare una possibilità di sopravvivenza ai loro scritti, dovevano evitare di menzionare il nome Immanuel.

Un precedente per una tendenza ebraica volta a cancellare nomi indesiderati dai loro scritti sacri si è verificata in 1 Enoch, Cap. 105:

21 Un altro libro, che Enoch scrisse per suo figlio Matusalemme, e per coloro che dovevano venire dopo di lui, e preservare la loro purezza di condotta negli ultimi giorni. Voi, che avete lavorato, aspetterete in quei giorni, che i malfattori siano consumati e che il potere dei colpevoli sia annientato. Aspettate che il peccato passi; poiché i loro nomi saranno cancellati dai libri sacri; il loro seme sarà distrutto e i loro spiriti uccisi. Grideranno e si lamenteranno nella distesa invisibile, e bruceranno nel fuoco senza fondo.

In conclusione, il secolare insabbiamento di "Immanuel" come nome originale di J ebbe un tale successo che pochi studiosi ne hanno anche solo un'idea. Fortunatamente, tuttavia, sono stati lasciati ampi indizi per consentire alla verità di emergere se si mette da parte l'impegno teologico e l'impegno professionale acritico.

 

NOTE FINALI

1. In questa ortografia si dice che il simbolo "J" rappresenti i suoni "i", "j" e "y" in un’antica lingua degli extraterrestri che hanno contattato "Billy" Eduard Meier dal 1975 e che in precedenza, nel 1963, avevano spinto lui e un amico palestinese a scoprire il documento Talmud Jmmanuel a Gerusalemme. L'ortografia "Immanuel" derivante dall'ebraico è di solito qui usata per il nome del profeta, poiché la versione "Jmmanuel" è successiva. Tuttavia, l'ortografia "Emmanuel" viene a volte utilizzata quando si cita da una fonte greca tradotta in inglese.

2. E. P. Sanders, Jesus and Judaism (Philadelphia: Fortress Press, 1985), 333-334. Ciò significa anche che non si dovrebbe permettere che la paura di offendere colleghi, editori o pubblicatori di libri teologicamente impegnati dissuadano dall'esporre verità palesi.

3. Ad es. vedere John Walvoord, Jesus Christ Our Lord (Chicago: Moody Press, 1969), p. 88; Kermit Zarley, The Restitution of Jesus Christ (ebook: http://servetustheevangelical.com/buy_the_book_8.html, 2008), p. 263; Alfred Eldersheim, The Life and Times of Jesus the messiah (Grand Rapids, MI: Christian Classics Ethereal Library, 1953), p. 587. Per il materiale online vedere l'articolo su Wikipedia.

4. Come affermato da Edward E. Hindson, "Isaiah's Immanuel", Faculty Publications and Presentations, (Grace Journal). Paper 147 (Lynchburg, VA: Liberty University, 1969) p. 6:

È anche importante notare che il segno è diretto a "voi" (plurale) e non è evidentemente diretto ad Acaz che ha rifiutato la prima offerta. Nel versetto. 13, Isaia aveva detto: "Ascoltate, casa di Davide" ed è evidente che il plurale "voi" nel versetto 14, deve essere collegato al suo antecedente "voi" nel versetto 13. Poiché il contesto ci dice che la dinastia di Davide è ciò che è in gioco nell'imminente invasione, sembrerebbe corretto interpretare il plurale "voi" come la "casa di Davide" che è il destinatario del segno. Essendo questo vero, quindi, tutte le obiezioni alla rilevanza di una predizione messianica per la situazione contemporanea di Acaz sono annullate. Il profeta non ha diretto il segno semplicemente ad Acaz e quindi, un'interpretazione strettamente messianica del segno non è fuori questione.

5. Vedere John Witmer, Immanuel: Jesus Christ, Cornerstone of Our Faith (Nashville, TN: Word Pub., 1998), p. 33; o Herbert M. Wolf, “A solution to the Immanuel prophecy in Isaiah 7:14-8:20,” J. Bibl. Lit. 91 (1972), pp. 449-456. Oppure guarda lo studio online di Allen Ross. Secondo Isaia 7:16-17, prima che Immanuel bambino avesse raggiunto un'età in cui poteva scegliere il bene dal male, i due re di Efraim (Israele) e Siria, che erano nemici di Giuda sotto il re Acaz, sarebbero stati distrutti e/o le loro terre devastate (ci sono diverse interpretazioni). I due re furono effettivamente uccisi, intorno al 733 a.C.

6. Per Giustino sul "rampollo di Iesse", vedi Dialogo con Trifone, capitoli 86-87, e su Immanuel, vedi capitoli 43,66.

Per Ireneo sul "rampollo di Iesse", vedi Contro le Eresie III 9.3, e su Immanuel, vedi III 9.2,19.1,20.3 e 21.4.

7. Si veda, ad esempio, Gary V. Smith, The New American Commentary: An Exegetical and Theological Exposition of Holy Scripture, Isaiah 1-39 (Nashville, TN: B & H Publishing Group, 2007).

8. Un'ampia analisi che mostra che il vangelo di Matteo è derivato dal Talmud Jmmanuel (TJ) è presentata qui. Circa 75 casi che rivelano la consapevolezza del compilatore del vangelo di Marco nei confronti del vangelo di Matteo sono mostrati qui, e alcuni 58 esempi di miglioramenti nel vangelo di Marco e aggiornamenti reverenziali del vangelo di Matteo sono mostrati qui. Invece qui vengono date confutazioni dell'argomentazione data da 11 studiosi che mettono il vangelo di Marco davanti ad (un ebraico) vangelo di Matteo.

Per quanto riguarda il nome Immanuel, la sua interpretazione preferita secondo il TJ (1:87), è "colui con conoscenza divina". Tuttavia, questa è una traduzione più che letterale: la "conoscenza" è dedotta, e "dio" si riferisce al "sovrano di coloro che venivano da lontano", che secoli prima aveva trasmesso la profezia di Jmmanuel a Isaia. Allo stesso modo, il nome "Gesù" (o "YHWH è un grido salvifico" o "Dio salva") è interpretato come significato considerevolmente maggiore ("Dio ci salva dai nostri peccati") di quanto implichi il suo nome letterale.

9. Inoltre, come verrà indicato in seguito, un forte tabù contro il chiamare J con il nome di "Immanuel" era in vigore da diversi decenni prima che il vangelo di Matteo fosse scritto.

10. Charles Thomas Davis, "Tradition and redaction in Matthew 1:18-2:23", JBL 90 (1971), pagine 404-424; vedi pp. 412-13.

11. Giustino, "Contro Marcione" in Ireneo, Contro le Eresie, Blocco 3, Capitolo 7.

12. Sarah Iles Johnston, "The Testament of Solomon from Late Antiquity to the Renaissance", nelle edizioni di J. Bremmer e J. Veenstra, The Metamorphosis of Magic (Leuven, Belgium: Leuven, 2003), pp. 35-50. Si ritiene che l'originale sia stato scritto in greco koinè.

13. Emmanuel = Εμμανουηλ = 5+40+40+1+50+70+400+8+30 = 644.

14. In caso contrario, se l'identità di "Immanuel" fosse stata esposta in una data significativamente precedente, il documento rivelatore probabilmente non sarebbe sopravvissuto.

15. Deve essere apparso dopo la data del Vangelo di Matteo dato che consideriamo la storia della tentazione (Matteo 4,1-11) come una redazione; altrimenti gli altri riassunti descrittivi potrebbero essere derivati prima dalla tradizione orale.

16. Vedi Joseph Klausner, From Jesus to Paul (Boston: Beacon Press, 1943), pp. 440-442, 513-524, 581-582; e H. Conzelmann, "Current problems in Pauline research,” Interpretation 22 (1968), p. 172

17. Vedere Romani 5:6-10,15 e 14:15; 1 Corinzi 8:11 & 15:3; 2 Corinzi 5,14; Galati 1,4; e Colossesi 1,14.

18. David Leeming, The Oxford Companion to World Mythology (New York, NY: Oxford University Press, 2005) p. 118.

19. Dal Nuovo Testamento non sappiamo con certezza se Saulo avesse affrontato J prima della crocifissione. Ma da 1 Corinzi 9,1 sembra che lo avesse fatto: " Non ho veduto Gesù, il nostro Signore?" Sebbene in 1 Corinzi 15:8 Paolo scrisse: "Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.", è chiaro che lì stava parlando delle apparizioni di J dopo la crocifissione; durante il suo confronto sulla via di Damasco non aveva visto J, essendo stato accecato dalla luce. Quindi, se aveva visto J, era stato prima o durante la crocifissione. E se ci si può fidare di 1 Timoteo 1:13: "io che per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento", Saulo aveva davvero affrontato Immanuel prima della crocifissione. Il TJ (26:29-44) concorda. Questo spiegherebbe bene come Saulo riconobbe e accettò rapidamente che era la voce di Immanuel che lo stava accostando sulla via di Damasco (Atti 9:3-9). Ci permette di capire che doveva essere in disaccordo con la maggior parte degli insegnamenti di Immanuel, spiegando così perché Pietro e Giacomo, tra gli altri, sarebbero stati a loro volta oppositori del vangelo di Paolo. Anche il fatto che le Epistole di Paolo si riferiscano relativamente poco agli insegnamenti di J è coerente con questa ricostruzione. Altrettanto coerente è l'incapacità di Paolo di aver ammesso più chiaramente il suo contatto con J prima della crocifissione – questo tipo di persecuzione, la persecuzione più scandalosa della vita di Paolo, era semplicemente troppo scandalosa da descrivere. La sua incapacità di descrivere il suo evento sulla via di Damasco potrebbe essere dovuto al fatto di non voler aprire la possibilità nella mente della gente che si fosse verificato uno scontro segreto di notte da parte del suo nemico sopravvissuto alla crocifissione (vedere TJ 33:1-29).

20. Vedi Terrence Y. Mullins, “Paul’s ‘thorn in the flesh,” JBL 56 (1957), pp. 299-303; e Jerry W. McCant, “Paul’s thorn of rejected apostleship,” NTS 34 (1988), pp. 550-572.

21. Da Galati 2,9-14 sappiamo che c'era un dissenso tra Paolo e Pietro, e in aggiunta da 1 Corinzi 1,11-13, dove alcuni dicevano di "appartenere a Cefa [Pietro]" o a qualche altro capo. Perciò Pietro sembra essere stato uno di quelli che predicava "un vangelo diverso" (Galati 1,6-9). 1 Corinzi 3:10, affermando che un altro uomo stava edificando sulle fondamenta di Paolo, probabilmente si riferisce a Pietro. Inoltre, notiamo da Atti 12:12 che Pietro era un caro amico di Giovanni Marco, e che Giovanni Marco aveva avuto un disaccordo con Paolo (Atti 13:13, 15:37-39). Da Clemente Alessandrino sappiamo che ad un certo punto Pietro è andato a Roma, insieme a (Giovanni) Marco che servì come suo interprete (vedi Eusebio, Storia ecclesiastica 2.15.1-2; lo sappiamo anche dal vescovo Papia attraverso il vescovo Eusebio). Romani 15:18-24 è coerente con Paolo che ha evitato Roma mentre Pietro e (Giovanni) Marco lì erano più attivi. Sembra che lo scrittore degli Atti di Luca riveli la sua preferenza per Paolo rispetto a Pietro a questo punto, poiché in Atti 15 perde le tracce di Pietro prima che questi andasse a Roma, e non lo menziona mai in seguito, anche se continua a parlare di Paolo per altri 13 capitoli, incluso l'eventuale viaggio di Paolo a Roma.

22. Nelle sue epistole Paolo non ha dato alcuna descrizione di come dovrebbe essere o apparire un essere risorto: sia spirituale (1 Corinzi 15,42-46) che fisico (1 Corinzi 15,5-7). Nel suo vangelo lo scrittore di Matteo ha utilizzato e redatto solo un frammento dell'ultimo dei quattro resoconti del TJ sulle apparizioni post-crocifissione di Immanuel, alterando un incontro correlato. Lo scrittore di Luca ha pesantemente redatto la seconda apparizione del TJ, ha totalmente alterato il contesto della terza, ha altamente redatto la quarta (in Atti 1) e ha inventato altre due brevi apparizioni. Lo scrittore di Giovanni ha utilizzato la prima apparizione del TJ sdoppiandola ed ha redatto la terza apparizione. Gli scrittori di Luca/Atti e Giovanni aggiunsero inoltre brevi clausole o participi presenti che indicherebbero che Gesù poteva apparire bruscamente e scomparire o passare attraverso una porta chiusa. Lo scrittore di Matteo apparentemente aveva il controllo sul TJ; gli scrittori di Luca e Giovanni avevano solo un accesso limitato al TJ, mentre lo scrittore di Marco non ne aveva.

23. C'è una quantità sorprendente di prove cumulativ sul fatto che J ha viaggiato dopo la crocifissione, andando fino all'India settentrionale, dove ha vissuto una lunga vita. Questa letteratura è essenzialmente ignorata fra gli studiosi del Nuovo Testamento.

24. Gli Immanueliti possono essere considerati un particolare tipo di gnostici, essendo stati esposti agli insegnamenti di Immanuel, che includono l'evoluzione dello spirito umano. Non devono essere confusi con i di poco successivi ebrei-cristiani di origine ebraica, che divennero seguaci della cristologia di Paolo, tranne per il fatto che continuarono a sostenere la validità delle leggi mosaiche.

25. Paolo parlò in modo avvilente di Giacomo come di una "reputata colonna" della chiesa (insieme a Pietro e Giovanni, Galati 2:9), e aveva poco da dire su di lui sebbene lo avesse visitato (Galati 1:19). Da Atti 12:16-17 apprendiamo che Pietro era un caro amico di Giacomo, e poiché entrambi erano considerati da Paolo come reputati "pilastri", Giacomo e Pietro devono essere considerati entrambi Immanueliti. Fu probabilmente durante la sua prima visita a Gerusalemme che Paolo apprese da Giacomo di aver visto o incontrato Immanuel dopo la crocifissione (1 Corinzi 15:7). Alla seconda visita di Paolo a Gerusalemme fu concordato che lui e Barnaba avrebbero fatto proselitismo ai Gentili mentre Pietro, Giacomo e Giovanni lo avrebbero fatto con i Giudei (Galati 2:9), tendendo così a tenere lontano dai Gentili il "diverso vangelo" o il "vangelo sbagliato" degli Immanueliti.

26. Secondo Galati 2:11-14, quando Pietro si ritirò da Paolo e dai suoi Gentili convertiti, fu a causa del "timore della festa della circoncisione". Ma Pietro, nato ebreo, era stato quasi certamente circonciso fin dalla tenera età, e non aveva motivo di temere una festa della circoncisione, se fosse stato coinvolto. Quindi si presume qui che un primo trascrittore della lettera di Paolo ai Galati (all'inizio del II secolo) abbia alterato il suo testo inserendo a questo punto la questione della circoncisione, al fine di distogliere l'attenzione da qualsiasi pensiero che quelli nella chiesa di Giacomo, e Giacomo stesso, fossero anche oppositori del vangelo di Paolo. In tal modo, il trascrittore/redattore ha introdotto una certa ambigua illogicità.

27. Questo argomento è facilmente ribaltabile. Se "Gesù" fosse risorto, non avrebbe più dovuto temere una morte prematura, ma avrebbe potuto proclamarsi apertamente a tutta Gerusalemme e Israele.

28. Ci sarebbero voluti diversi decenni prima che l'osservazione di Giuseppe Flavio diventasse nota a tutti che, in un'occasione durante la guerra del 66-70, "vidi molti prigionieri crocifissi e ne ricordai tre come miei ex conoscenti. Ero molto dispiaciuto per questo nella mia mente, e andai con le lacrime agli occhi da Tito, e glielo raccontai; così ordinò immediatamente loro di essere tirati giù e di avere la massima cura di loro, al fine di [ottenere] la loro guarigione; eppure, due di loro morirono sotto le mani del medico, mentre il terzo guarì" (Vita (Flavio Giuseppe), 75).

Immanuel deve anche aver avuto assistenza medica in seguito, all'interno della tomba – vedi J. W. Deardorff, Jesus in India: A Reexamination of Jesus' Asian Traditions in the Light of Evidence Supporting Reincarnation (San Francisco: International Scholars Publications, 1994), pp. 153-67.

29. Vedi Antichità giudaiche XX.9.1. L'accusa menzionata contro Giacomo e compagni era solo un'accusa generale di "violazione della legge". Un resoconto diverso proviene da un frammento di Sant'Egesippo (Hypomnemata Libro V) in Eusebio Storia ecclesiastica 22.23.4-18), in cui Giacomo è persuaso a salire in cima al Tempio e predicare a una folla di miscredenti in Cristo, ma invece esalta Cristo e viene poi buttato giù dal Tempio e picchiato a morte a colpi di mazza. Qui il resoconto di Giuseppe Flavio del I secolo è preferito al resoconto di Egesippo del II secolo trasmesso da Eusebio.

Sembra evidente che le caratteristiche di Giacomo che deduciamo qui sono molto diverse dalla pia immagine derivante dal IV secolo (ad esempio, Girolamo, Sugli uomini illustri, Cap. 2) - che Giacomo aveva "ginocchia di cammello" o ginocchia callose per aver trascorso così tanto tempo nel Tempio in ginocchio, pregando. Tuttavia, il suo successivo soprannome di "Giacomo il Giusto" (Eusebio, Storia ecclesiastica 2.23) potrebbe essere il risultato del fatto che ha insistito nel dire la verità su suo fratello Immanuel nonostante il vangelo di Paolo fosse contrario; i primi padri della chiesa gli diedero poi un'etichetta che offriva il volto migliore alla controversia.

30. Uno studio particolarmente approfondito è quello di Walter Schmithals, Paulus und die Gnostiker: Untersuchungen zu den kleinen Paulusbriefen (Amburgo: Reich, 1965); o Walter Schmithals, Paul and the Gnostics, J. E. Steely, Trans. (Nashville: Abingdon Press, 1972). Schmithals ci fa conoscere le molte opinioni contrastanti su chi fossero gli oppositori di Paolo. Rifiuta l'idea che Paolo abbia dovuto combattere sia un gruppo ebraico cristiano o un gruppo giudaizzante che un gruppo gnostico o pneumatico, e praticamente ha respinto un gruppo gnostico come se fosse tra gli oppositori di Paolo sulla base del fatto che nessuna fonte conosciuta ne parla (p. 16).

31. La possibilità che J sia sopravvissuto alla crocifissione, spiegando così le sue successive apparizioni, non è stata trattata seriamente da più di una manciata di studiosi del NT dopo il lavoro di debunking di David Friedrich Strauss, A New Life of Jesus, vol. 1, 2nd ed. (Londra: Williams and Norgate, 1879), p. 412. Il pensiero che J avrebbe potuto ricevere cure mediche all'interno della tomba è stato omesso.

32. Non possiamo essere certi che alcuni discepoli non abbiano poi cambiato idea e non si siano schierati con i cristiani paolini. I due gruppi condividevano la convinzione che J fosse una sorta di Messia, come profetizzato.

L'investigatore che forse si è avvicinato di più alla soluzione attuale su chi fossero gli oppositori di Paolo fu H. Schlier nel 1949 (vedi Schmithals, Paul and the Gnostics, p. 16). Schlier si riferiva agli oppositori di Paolo come "i cosiddetti giudaizzanti" che non erano di origine farisaica, ma piuttosto erano gnostici ebrei.

33. Si veda questa cronologia della letteratura paleocristiana.

34. Bart Ehrman, Lost Christianities: The Battles for Scripture and the Faiths We Never Knew (New York: Oxford University Press, 2003), p. 98.

35. Con così tanto "fumo", sembrava che avrebbe dovuto essere visibile molto più "fuoco". Vedi G. A. Wells, Did Jesus Exist? (London: Pemberton, 1986). Inoltre, ci sono state storie miracolose all'interno delle mitologie che precedettero il cristianesimo di cui si potrebbe affermare che le versioni cristiane erano solo copie, come le nascite vergini. Vedi Acharya S, The Christ Conspiracy (Kempton, IL: Adventures Unlimited Press, 1999). La visione scolastica tradizionale è stata recentemente sostenuta da Bart D. Ehrman, Did Jesus Exist?: The Historical Argument for Jesus of Nazareth (San Francisco: HarperOne, 2012). Tuttavia, Ehrman non fornisce alcuna spiegazione adeguata, come qui presentato, per la scarsità di prove scritte e archeologiche contemporanee sopravvissute per l'esistenza di Gesù. Avanza l'argomento che non ci si dovrebbe nemmeno aspettare che Gesù sia stato menzionato nelle fonti pagane nonostante i suoi "molti miracoli e azioni fantastiche" senza che uno abbia prima stabilito che è esistito; "solo allora possiamo rivisitare la questione del perché nessuno, in quel caso, lo menziona" (pp. 43-44). Dopo aver rivisitato la questione, poteva solo offrire che le tradizioni sulle meravigliose opere di Gesù semplicemente non erano rilevanti per gli altri a parte gli autori del Vangelo (pp. 137-39); vale a dire, nessuna spiegazione. E bisogna davvero avere prove positive a portata di mano prima di spiegare la mancanza delle stesse?

35.5 Elenco dei 40 primi scritti relativi a Cristo evidenti per la loro assenza o quasi assenza del nome "Gesù". Quelli della Biblioteca Nag Hammadi che si qualificano e non si qualificano, rispettivamente, sono mostrati qui.

36. Giustino Martire, Dialogo con Trifone, Cap. 43,66. Anche allora, "Immanuel" è stato menzionato solo nell'unico contesto approvato di citare Isaia 7:14.

37. Ireneo, Contro le Eresie III.9.2 (era Emmanuel ad essere adorato dai magi), e anche in III.19.1, 20.3 e 21.4.

38. Michael J. Hollerich, Eusebius of Caesarea’s Commentary on Isaiah (New York: Oxford University Press Inc., 1999), pp. 52-53.

39. Sappiamo questo solo dal TJ. La peggiore bestemmia è che il dio d'Israele era un essere umano avanzato, non il Creatore della Terra o dell'universo, che era venuto sulla Terra dalle profondità dello spazio con i suoi viaggiatori celesti (TJ 28:52-62). Naturalmente, oggi questi sono etichettati come extraterrestri da coloro che hanno esaminato a fondo il fenomeno UFO e la letteratura degli "antichi alieni". Lo scrittore del vangelo di Matteo non avrebbe voluto nemmeno menzionare questa bestemmia, se avesse potuto comprenderla, e così l’ha sostituita con una molto minore (Matteo 26,61). Nel TJ, Jmmanuel parla molto della Creazione, del "vero dio" o del Grande Spirito dell'universo.

40. La radice della parola "talmud" è "talmid", che ricorre in 1 Cronache 25:8, dove significa "allievo" o "colui che impara". Si ritiene che le prime cronache siano state scritte nel V secolo a.C. Il Talmud di Gerusalemme, il più antico conosciuto a parte il TJ, risale al IV secolo d.C. Clicca qui per ulteriori discussioni.

41. Elaine Pagels, The Gnostic Gospels (NY: Random House, 1979), p. xxiv.o

 

Traduzione in italiano effettuata in data: marzo 2022 

Traduzione: Enrico Freguja
Controllo: FIGU-Landesgruppe Italia
Collaborazione: Roberto Guidolin